I papà raccontano…

I papà raccontano…

Il papà di Antoine

Ho telefonato a casa di Renata per i documenti e mi ha risposto mio figlio…mi sono commosso perché è un miracolo: pensavo che mio figlio fosse perso, che non avrebbe mai più parlato!
I miei bambini mi mancano tanto, ma anche se stare lontano da loro mi costa tanta fatica ho capito che questo progetto è per il loro bene e deve andare avanti.
…loro (i genitori affidatari) fanno bene questo lavoro, lo fanno da professionisti, ma questo lo hanno fatto col cuore.

Io pregherò per voi, che Dio vi benedica

 

Il papà affidatario di Martina

Carissima Anna,
ti scrivo per tornare a parlare di come sia evoluta nel tempo la nostra relazione tra genitori affidatari e naturali di Martina. Inevitabilmente ripercorro i momenti salienti di questa vicenda, perché essi sono certamente le tappe di un cammino che ci ha coinvolto con diversi sentimenti ed emozioni, pur trovandoci tutti sulla stessa barca.

Quanto mi aveva colpito proprio all’inizio la tua assenza, il tuo sembrare un po’ in trance, sopraffatta forse da un turbinare di eventi in cui ti sembrava di essere l’ultima ruota del carro, l’ultima a cui chiedere cosa ne pensa, cosa ti piacerebbe che venisse fatto, come credevi che fosse meglio e giusto agire per il bene di tua figlia.

La mia reazione lì per lì era stata caratterizzata da un misto di compassione e di biasimo per la tua assenza, anche fisica. Riguardando indietro a come io ti giudicavo, mi rendo conto di una sostanziale superficialità, la cui cifra fondamentale era legata alla non conoscenza della tua storia, dei tuoi pensieri delle tue sofferenze e della tua voglia di riscatto. A me sembrava che rinunciassi, che ti nascondessi e che di fatto ti fregassi con le tue mani, confermando ai nostri occhi l’immagine che di te ci avevano passato, come di una mamma che non ce la faceva proprio e mai ce l’avrebbe fatta a rimettersi in carreggiata.

Proprio questo mio e nostro atteggiamento ti faceva forse ulteriormente restare impantanata nelle tue sofferenze e nelle difficoltà oggettive che incontravi e tutti noi, quelli sani, quelli che sanno cosa si deve fare e come un genitore si deve comportare, invece che lavorare al tuo riscatto, ti hanno ancora una volta lasciata li in un angolo, come una poveretta.
Poi piano piano sei uscita dal guscio, hai capito che l’affido non era l’anticamera della definitiva uscita di tua figlia dalla tua vita e tuo capolinea come mamma. Non so cosa ti abbia aiutata, forse siamo riusciti a farti sentire poco alla volta sicura che tua figlia non ce la volevamo certo tenere per sempre. In questo Martina ha dato del suo meglio …. per non farci venire il desiderio di tirare per le lunghe l’affido, con le sue bizze e le sue piazzate…..

Questo è un passaggio fondamentale del nostro cammino: tu hai cominciato ad uscire allo scoperto, a raccontare te stessa e noi abbiamo cominciato a capire che avevamo di fronte una donna con le sue difficoltà, che negli anni si erano accumulate ed attorcigliate, ma che comunque manteneva per sua figlia un affetto incrollabile. Sapevi fare fatica per lei, sapevi sobbarcarti il viaggio per venire a trovarla, arrivavi sempre in anticipo per non perdere un minuto del vostro incontro.

Un passo dopo l’altro abbiamo cominciato a stimarci a vicenda e a far nascere un circolo virtuoso che ti ha permesso innanzitutto di mostrare a te stessa che volevi provarci a fare sul serio la mamma di Martina, per poi far venire nella nostra testa il dubbio che forse ci si poteva pensare seriamente.

E così in meno di un anno siamo passati dal non presentarti al primo incontro con noi (esplicitando la tua ostilità verso il progetto e un po’ anche verso di noi) a far parte di un medesimo programma di accompagnamento e terapia che coinvolgeva Martina, te stessa e noi. Ho letto questo come un grande passo avanti, anche se mi devo rimproverare il fatto di averlo capito solo dopo e di non aver colto che più ti valorizzavamo, più ti aiutavamo a credere in te stessa e più facevamo sì che la tua immagine nei confronti degli altri soggetti si colorasse di toni luminosi e caldi, aumentando le probabilità che il progetto andasse a buon fine. Credo che questo sia un elemento fondamentale per determinare il successo di un progetto di affido. Senza non ce la può fare.
Poi gli eventi hanno fatto sì che la possibilità del rientro diventasse reale progetto per i pochi mesi rimasti. Si è aperto uno spiraglio, non per merito tuo certamente, ma tu hai avuto la capacità di giocarti il tutto per tutto e di convincere anche le scettiche, che aveva senso provarci.

Di quei giorni mi sono restati in mente la tua voglia di fare tutto quanto servisse per il rientro a casa di Martina dopo quasi quattro anni. Solo allora ho capito quanto il tuo amore per lei fosse stato la tua bussola nei giorni bui dell’allontanamento. Una grande tenerezza nei tuoi confronti ha preso il posto della sufficienza iniziale e lo sguardo paternalistico ha lasciato il posto ad un’amicizia che poco alla volta cresce.

Ora dopo molti mesi le nostre due famiglie sono legate in modo direi ormai permanente, al cui interno Martina si gioca e si gode un certo senso di doppia appartenenza. Di spine ce ne sono ancora in giro, ma se penso alla partenza si sono ormai assai spuntate e sui rami cominciano a prevalere i fiori.

Da “ladri di figlia” siamo diventati “quasi parenti” come uno dei primi giorni dopo il rientro ci hai detto un po’ emozionata.

Rileggendo a posteriori tutta la nostra vicenda, come quella di alcune famiglie come noi impegnate in questo percorso, il successo del progetto passa sempre dal credere che il papà e/o la mamma ce la possono fare, sia riconosciuta loro la possibilità di mettersi alla prova, con la benedizione di chi li circonda con affetto e non con lo sguardo di un avvoltoio che gira sopra la sua ormai prossima preda.

Con amicizia
Valerio